
Ieri ho coordinato le prove di un gruppo dei “Ragazzi Generazione Z” prima di un incontro con il giudice Marco De Paolis per la presentazione del suo lavoro racchiuso nel libro “Caccia ai nazisti” a Lurate Caccivio.
I ragazzi non hanno solo interpretato una lettura, hanno iniziato a capire. I testi che leggevano offrivano lo spunto per confrontare i pensieri sul rischio del negazionismo, che non è solo dimenticare, ma deformare la realtà e, a volte, addirittura, giustificarla… è sotto gli occhi di tutti anche ai giorni nostri, nel clima mondiale che stiamo vivendo.
Non solo, concetti come “imprescrittibilità del crimine” e “responsabilità della memoria” hanno preso una consapevolezza diversa.
Nuova.
Personalmente mi ha fatto molto riflettere una frase che il giudice ha detto:
“Non è il tempo il padrone della giustizia, è il diritto”, perchè per me in quel preciso momento si è aperto uno spazio educativo potente.

Lì ho visto chiaramente una cosa: la memoria non nasce spontaneamente, la memoria si costruisce.
Dal punto di vista pedagogico, questo passaggio è fondamentale.
Secondo Jerome Bruner, è attraverso la narrazione che le persone danno senso all’esperienza e costruiscono significati condivisi.
Se non aiutiamo i ragazzi a costruire una narrazione fondata sulla conoscenza, qualcun altro lo farà al posto loro.
E non sempre sarà una narrazione vera!
Educare alla memoria, allora, non significa solo ricordare.
Significa dare strumenti per comprendere, sviluppare pensiero critico e riconoscere le distorsioni della realtà.
Perché senza conoscenza non c’è memoria e senza memoria non c’è giustizia.
E forse è proprio questo il punto più alto del nostro lavoro educativo che non si limita a trasmettere contenuti, ma aiutare a costruire uno sguardo capace di distinguere tra verità e deformazione, perchè lì c’è futuro.




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