“Posso offrirti un caffè?”

Qualche giorno fa ho tenuto una lezione sulla comunicazione a un gruppo di adulti.

Fra i vari argomenti trattati abbiamo parlato anche di prossemica, di confini, di rispetto dello spazio personale e intimo.

Due ore dense.

Alla fine, quando ormai tutti erano usciti, uno dei partecipanti è rientrato, chiedendomi se potesse offrirmi un caffè.

Ho rifiutato, con gentilezza.

Ha insistito e ho rifiutato di nuovo, troppo stanca.

Poi, senza chiedere, mi ha messo le braccia intorno alla vita e mi ha tirato verso di sè, come se fosse normale prendersi questa libertà e dicendomi di non essere così seria.

È stato un momento breve, ma sufficiente a spaventarmi, perchè era completamente inaspettato e fuori luogo. Una “carineria” si è trasformata in un nano secondo in allerta, paura e iper riflessione sulle vie di fuga.

Non mi soffermo sul “ci ha provato”.

Mi soffermo su cosa accade quando un “NO” non viene riconosciuto come tale.

Su cosa significa oltrepassare un confine, sapendo di farlo.

Perché sì, lo sapeva. Ne avevamo appena parlato in quelle due ore.

Quello che mi ha colpita non è stato il gesto in sé, ma il significato esplicito, ovvero, la scelta di proseguire nonostante un rifiuto chiaro. È lì che nasce il senso di allerta e qualcosa smette di essere prevedibile.

Come pedagogista ammetto che è stato uno schiaffo simbolico potente, perchè mi rendo conto che possiamo spiegare, argomentare, costruire consapevolezza… ma il “comprendere” dei nostri discenti non significa automaticamente che abbiano interiorizzato quello che abbiamo detto.

E, soprattutto, “conoscere una regola” sociale non implica “sceglierla”, nemmeno in un contesto formativo dove sembrerebbe più scontato.

Ma allora… cosa è passato di quello che ho detto?

C’è una frustrazione educativa da gestire e un senso di colpa riflesso che ti fa domandare :”Dove ho sbagliato?”.

Da donna, invece, è stato disturbante, perché il corpo riconosce immediatamente quando uno spazio viene invaso e reagisce prima ancora delle parole.

Ringrazio apertamente un mio collega che, ascoltandomi, mi ha detto più volte: “Il problema non è tuo, ma suo!”.

E sembra banale, ma non lo è.

Per niente.

Perché quando qualcuno supera un limite, c’è una parte di noi che prova comunque a spiegarselo, a ridimensionarlo, a chiedersi cosa avrebbe potuto fare diversamente.

Ma un “NO” è già completo.

E NON HA BISOGNO DI ESSERE SPIEGATO MEGLIO.

Grazie Antonio Di Lisi Formatore.

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Mi chiamo Samantha Peroni e sono supervisore, consulente e formatrice. 

Mi riconosco la capacità di fondere abilità e attitudini acquisite in ambiti diversi che adatto a situazioni nuove e confesso di avere una forte propensione all’apprendimento. 

Uso l’intelligenza empatica e detesto le “etichette”. 

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