
Ringrazio la Ministra Alessandra Locatelli per aver promosso questo importante evento, il convegno “Educatori ed educare – Una scelta di vita”, che ha dato visibilità e valore alle esperienze delle educatrici e degli educatori nel campo della disabilità.
Sono onorata di aver potuto contribuire, insieme alle colleghe e ai colleghi, nel costruire una una narrazione capace di restituire significato e valore alla figura dell’ Educatore, una professione di cui sono orgogliosa di far parte.
Ho portato la mia esperienza di educatrice domiciliare. Entrare nelle case delle famiglie significa, prima di tutto, accorgersi che ciò che vediamo dipende molto dal modo in cui guardiamo. Spesso le famiglie che incontriamo arrivano con una storia già scritta: il bambino che “non riesce”, il ragazzo che “non collabora”, il genitore che “non ce la fa”. Sono narrazioni che, a volte, diventano etichette.
Il primo lavoro educativo allora è proprio questo: provare a cambiare sguardo.
Non guardare solo il problema, ma cercare le risorse, le possibilità, le competenze che magari sono già presenti ma non sono più visibili perché coperte dalla fatica quotidiana.
Questo cambio di sguardo è molto vicino a ciò che in pedagogia chiamiamo “approccio sistemico”. Quando entriamo in una casa non incontriamo mai solo un bambino: incontriamo una rete di relazioni, di abitudini, di emozioni, di equilibri più o meno fragili. Ogni comportamento ha un senso dentro quel sistema.
Per questo il nostro lavoro non è “aggiustare” qualcuno, ma entrare con delicatezza in quel sistema e aiutare a creare nuovi equilibri, piccoli spostamenti che possano aprire possibilità diverse.
A volte questi cambiamenti sono minuscoli: un momento di ascolto in più tra genitore e figlio, un modo diverso di affrontare i compiti, un tempo condiviso che prima non c’era. Ma proprio questi piccoli cambiamenti possono generare trasformazioni più ampie.
Dentro questo processo educativo, un concetto che trovo molto utile è quello di scaffolding, che possiamo tradurre con “impalcatura educativa”.
Come un’impalcatura in un cantiere, il nostro compito è sostenere temporaneamente lo sviluppo di una competenza. Non facciamo le cose al posto dei bambini o dei ragazzi, ma offriamo supporti, suggerimenti, strategie che permettano loro di fare un passo in più rispetto a ciò che riuscirebbero a fare da soli.
Poi, gradualmente, quell’impalcatura si può togliere.

E il momento più bello del lavoro educativo è proprio quando ci accorgiamo che non serviamo più nello stesso modo, perché qualcosa è diventato autonomia.



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