“Passo i pomeriggi al cimitero perché lì nessuno mi vede”.

A volte i ragazzi mi lasciano attonita e cerco di mascherare lo sbigottimento che le loro parole scavano in me.
Ma non so se ci riesco.
A volte mi pare di mettere solo delle “pezze”.
È una considerazione amara nel lavoro di cura, perché l’ azione nasce già monca.
Il tempo non c’è.
Le ore sono risicate e quando si inizia a stabilire la fiducia e la relazione umana cresce, qualcosa interrompe il flow (la programmazione, l’anno scolastico, le ore del progetto, il consenso dei genitori…).
Capita.
Molto più spesso di quanto vorrei ammettere.
Nonostante ne sia consapevole, questo mi fa sentire inadatta e crea pensieri scomodi con cui confrontarsi.
Pensieri di senso sull’azione intrapresa.
Durante un incontro di mentoring a scuola, può succedere che una ragazzina mi dica: “Passo quasi tutti i pomeriggi al cimitero, perchè lì nessuno mi vede. Ho tagliato con le forbici un buco nella rete e da lì posso entrare e uscire come voglio. Nessuno mi cerca.”
Può succedere di sentire il gelo che sale dentro di te, perchè ascoltare la messa in atto di una scelta così forte da parte di una 12enne parla, anzi urla, prima di tutto, di un bisogno.
Soprattutto quando ti accerti che non sono frottole, ma succede davvero e vai al cimitero e il buco lo trovi dietro ai cespugli.
Il cimitero non è solo un luogo di morte: per lei è un luogo silenzioso, protetto, regolato, dove non deve corrispondere alle aspettative di nessuno, può “sparire” senza essere giudicata, non è sotto sguardi, nè domande :tutto è immobile, quindi non la invade.
Dice “mi sento al sicuro” e così facendo racconta la sua fuga dalla pressione del mondo.
Il cimitero allora diventa uno spazio dove non deve esistere per gli altri. E la “crepa nella rete” che si è creata con le forbici è già una metafora potente: cerca un varco, cerca un confine da oltrepassare, cerca un luogo in cui poter scegliere chi essere cercando sollievo da tanti problemi che le sono piovuti addosso col disgregamento della sua famiglia: sentimenti di inadeguatezza, insicurezza sociale, solitudine affettiva, paura dello sguardo giudicante.
Al di là della preoccupazione per il rischio implicito che il suo gesto racconta (isolamento, autolesionismo, trasgressione) e della responsabilità educativa di cui mi sento caricata dopo il racconto, cresce in. me una grande tenerezza per una ragazzina che sta cercando rifugio invece che presenza
Penso non a “cosa c’è di sbagliato in lei?”, ma: “Cosa le serve davvero per sentirsi accolta e vista senza nascondersi?”
Sono 5 mesi che ci penso, il mentoring è sospeso.
Ieri ero al cimitero sotto una pioggia battente e tutto mi parlava di lei


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