Mio marito ha un ristorante, quindi spesso passo da lui: a volte lo aiuto, altre mi siedo semplicemente a mangiare. Venerdì sera a tavola avevo di fronte una coppia di genitori con un bimbo di 5/6 anni.
Il bambino usava il cellulare, non per scrolling, ma per ricalcare un’immagine a cui metteva sopra il foglio di carta per avere, alla fine, un disegno da colorare.
I genitori lo guardavano divertiti e lo incoraggiavano a rifarlo.
Una scena semplice, quasi buffa agli occhi di tanti.
Erano fin belli da vedere dall’esterno.
L’operazione ha necessitato di un po’ di tempo e alla fine la cena era conclusa, si sono alzati e se ne sono andati lasciando il disegno sul tavolo. Avevo finito, così mi sono alzata, ho sparecchiato il mio e passando davanti al loro tavolo, ho guardato il disegno creato. Era un’immagine con il dito medio alzato … questo, ammetto, mi ha lasciato sconcertata.
Ho preso il foglio d’istinto per non dimenticare e per pensare.
Il bambino non sa cosa vuole dire quel gesto, non nel suo significato più esplicito, ma sa una cosa importantissima, ovvero che facendo quel disegno ha ottenuto l’ attenzione dei suoi genitori, e ha associato un altro concetto: ” così piaccio agli adulti”.

Ed è qui che il mio sguardo si accende e riflette “sulla banalità del male”.
A 6 anni la mente di un bambino è una spugna emotiva: il comportamento si forma attraverso l’imitazione, il corpo impara prima del pensiero, il gesto diventa linguaggio, il linguaggio diventa modo di stare in relazione, definisce cosa è accettabile nelle relazioni, cerca attenzione e appartenenza nel gruppo.
Se un adulto ride, allora quell’azione è approvata.
Se viene fotografata, diventa addirittura memorabile.
Non è questione di moralismo, chi mi conosce sa che non è mio interesse giudicare o moralizzare ciò che avviene in una famiglia.
È una questione importante di salute relazionale ed emotiva. In quella fascia d’età i bambini costruiscono il senso del limite, la regolazione, la capacità di empatia e il rispetto reciproco.
E ciò che oggi appare “uno scherzo”, domani può diventare la scorciatoia comunicativa per esprimere rabbia o disagio.
I bambini cercano un linguaggio.
Noi adulti siamo le prime traduzioni del mondo che incontrano.
Siamo noi a scegliere se dare loro gesti che feriscono
o gesti che raccontano.
Perché i semi che piantiamo oggi, nel corpo e nel cuore dei bambini, diventeranno il loro modo di vivere domani.
Sottolineo che è nostra responsabilità orientare il loro linguaggio verso forme positive di incontro con l’altro, perchè i bambini crescono attraverso ciò che noi rendiamo possibile.
Impariamo a disseminare bellezza.


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