Venerdì 27 giugno ho avuto il privilegio di partecipare al convegno “…Come se fossi normale” svoltosi a San Giovanni in Sinis, Oristano, all’interno di Power of Sport Inclusion, l’evento che per tre giorni mette in risalto il “super potere” dello sport, ovvero quello di saper azzerare le differenze tra persone e celebrare le discipline sportive.

Uno dei valori fondanti di Power of Sport Inclusion è la valorizzazione della diversità.
Sul palco del convegno gli atleti e le atlete con disabilità intellettivo-relazionali hanno accolto gli spettatori con uno spettacolo della Compagnia “Pressapoco Teatrale, Tealtro”. Durante la serata si è parlato di Sibling, fratelli e sorelle di persone con disabilità, argomento a me caro che è stato affrontato dalla psicologa Consuelo Serra, da Mabel la Porta e da me, come rappresentanti dell’Associazione Professioni Pedagogiche APP e di PES, Pedagogisti Educatori dello Sport.
Tra gli ospiti Alfio Uda, presidente di Sardegna Accessibile ODV e Marcello Grussu, presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Diabetici; oltre a Valentina Mastroianni, scrittrice e mamma di Cesare, un bimbo meraviglioso venuto a mancare all’età di 6 anni a causa di una neurofibromatosi.
Un convegno che mi ha ricordato quanto sia urgente ripensare il corpo non solo come strumento di prestazione, ma come soggetto espressivo, luogo di dignità e relazione.
La pedagogia del corpo, come ci insegnano Maurice Merleau-Ponty e Bernard Andrieu, ci invita a riconoscere che il sapere non è soltanto un fatto mentale o astratto, ma è profondamente radicato nell’esperienza del corpo. È il corpo stesso che conosce, apprende, comunica e si trasforma nel rapporto con l’ambiente e con gli altri. Ogni movimento, ogni percezione, ogni gesto diventa una forma di apprendimento, conoscenza e di espressione, un linguaggio incarnato che costruisce significati e relazioni. Un linguaggio che chiede di essere ascoltato.
Ogni corpo ha diritto alla propria forma di movimento, e ogni movimento può essere educazione.

Non solo partecipazione, quindi, ma diritto educativo.
Nel lavoro sportivo ed educativo, questo significa superare la logica riparativa: non si tratta di “aggiustare” il corpo disabile perché si conformi a un modello, ma si tratta, invece, di creare spazi dove il corpo possa essere vissuto come esperienza piena, presenza, espressione, incontro, vissuto di autoefficacia.
Lo sport, in questa prospettiva, è un dispositivo pedagogico potente: non solo crea la performance, ma da vita soprattutto a una relazione, che si fa concreta opportunità di scoprire sé stessi e gli altri.
Il corpo “diverso” non è un limite, ma un altro modo di stare nel mondo, che arricchisce le possibilità di tutti … la mia mamma in questo mi è stata maestra!
Porterò con me il senso di famiglia e di appartenenza che ho vissuto e il valore degli scambi avuti in questi giorni, perché l’inclusione non è un atto tecnico, ma un movimento collettivo che inizia dal riconoscimento reciproco.
Grazie, dal profondo del cuore.



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