Parlare di pedagogia del corpo in un contesto professionale legato alla cura e al benessere è una grande opportunità per aprire uno spazio di dialogo tra discipline che, sebbene diverse, condividono un terreno comune: il corpo come centro dell’esperienza umana.
Quando parliamo di pedagogia del corpo, non ci riferiamo semplicemente a un insieme di tecniche educative “basate sul movimento” o sul contatto corporeo. Parliamo piuttosto di una prospettiva pedagogica che riconosce il corpo come soggetto attivo nei processi di apprendimento, relazione, costruzione dell’identità. Non è un oggetto da correggere, allenare o curare. È un luogo di senso, un linguaggio attraverso cui le persone comunicano, apprendono, esistono nel mondo.
Per chi, come voi, lavora ogni giorno con il corpo – con la sua struttura, la sua funzionalità, il suo benessere – può sembrare che questa visione educativa sia distante. E invece è sorprendentemente vicina. Pensate, ad esempio, a quante volte vi capita di entrare in relazione con persone che non portano soltanto una contrattura o una rigidità, ma anche un vissuto emotivo, un’esperienza di sé che si esprime proprio attraverso quel corpo. La pedagogia del corpo si occupa di questo: di ciò che il corpo dice, esprime, racconta, e di come possiamo accompagnare questi processi in modo rispettoso, consapevole e trasformativo.
Questa pedagogia si fonda sull’idea che il corpo non è separabile dalla mente, dalle emozioni, dalle relazioni. I gesti, i movimenti, le posture sono forme di apprendimento e, allo stesso tempo, forme di comunicazione. Nei bambini, ad esempio, il corpo è il primo strumento di relazione e di conoscenza. Attraverso il movimento, il contatto, lo spazio, si costruiscono sicurezza, autonomia, identità.
Ma lo stesso vale per gli adulti: ogni esperienza corporea può essere un’occasione educativa. Un trattamento fisioterapico, un intervento osteopatico, un percorso di rilassamento o di consapevolezza corporea non sono solo atti tecnici. Sono anche momenti educativi: occasioni in cui la persona può ascoltarsi, riconoscersi, rivedere la propria immagine corporea, abitare il proprio corpo con più presenza. Quante confessioni si sentono sui lettini dei terapeuti?
La pedagogia del corpo, in questo senso, non è in contrasto con le discipline sanitarie o olistiche. Al contrario: le arricchisce. Introduce uno sguardo che valorizza la relazione educativa, l’ascolto profondo, la co-costruzione del benessere.
Da questa prospettiva, potremmo dire che ogni corpo è un corpo in apprendimento. Non solo un corpo che guarisce o si rilassa, ma un corpo che scopre, che costruisce significati, che cambia.
Pensiamo ai bambini che imparano a muoversi nello spazio, ai pazienti che recuperano funzionalità dopo un trauma, agli adulti che si riappropriano del proprio corpo dopo lunghi periodi di trascuratezza o sofferenza. Tutto questo è educazione corporea. E, come professionisti del corpo, si può essere educatori silenziosi, accompagnatori di percorsi trasformativi che coinvolgono l’intera persona.
Per approfondire questa visione, possiamo ispirarci a diversi autori e approcci. Bernard Aucouturier ci parla del gioco motorio come spazio simbolico dove i bambini esprimono vissuti profondi. André Lapierre sottolinea l’importanza dell’ascolto corporeo nella relazione educativa. Hubert Godard ci invita a pensare alla postura non solo come struttura biomeccanica, ma come espressione di una storia, di un’identità incarnata. E ancora, Merleau-Ponty e Galimberti ci ricordano che il corpo è il nostro modo di essere-nel-mondo: non abbiamo un corpo, siamo un corpo.
In conclusione, la pedagogia del corpo può diventare uno strumento prezioso per chi lavora con il corpo e per il corpo. Si tratta di ampliare lo sguardo, di cogliere nel corpo non solo un oggetto da trattare, ma un soggetto da incontrare.
Questo può aprire nuove prospettive: sulla relazione con le persone che vengono trattate, sul significato più profondo del proprio lavoro, sulla possibilità di essere non solo tecnici della salute, ma anche alleati educativi del benessere globale.
Sarebbe bello progettare insieme dei percorsi formativi con i professionisti sanitari e costruire insieme una pratica che sia davvero integrata tra cura e educazione!


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