In qualità del ruolo educativo che rivesto, ritengo fondamentale sottolineare che invitare le persone a partecipare a un referendum – così come a qualsiasi altro appuntamento elettorale – non costituisce in sé una posizione politica, bensì un’espressione piena e legittima del compito educativo che ci compete: promuovere la cittadinanza attiva.
La partecipazione al voto è uno degli atti fondamentali attraverso cui si esercita la democrazia. Incoraggiare alla partecipazione civica, sollecitare l’interesse per le questioni collettive, sostenere il diritto-dovere di esprimersi rispetto alle scelte che riguardano la comunità, non significa indirizzare il pensiero politico, ma nutrire quella dimensione di consapevolezza critica che è cuore della formazione alla cittadinanza.
Educare alla cittadinanza non è un compito neutro, ma è profondamente etico e politico (nel senso originario e alto del termine: ciò che riguarda la polis, la comunità). In questo senso, promuovere la partecipazione alle elezioni o a un referendum rappresenta un atto coerente con il ruolo del pedagogista: favorire il protagonismo delle persone nella vita democratica, sviluppare capacità di scelta, coltivare senso di responsabilità e appartenenza.
Un’educazione alla cittadinanza che si limiti alla trasmissione di norme o conoscenze giuridiche, ma non si traduca in pratiche, esperienze e inviti concreti alla partecipazione, rischia di restare astratta, poco incisiva e persino diseducativa. Al contrario, il nostro compito è quello di favorire esperienze reali di cittadinanza attiva, anche e soprattutto nei contesti educativi, dove si formano i cittadini di oggi e di domani.
Dunque, l’invito al voto non è una forzatura ideologica, ma un’azione profondamente educativa. È una chiamata alla responsabilità, alla presenza, alla cura per la cosa pubblica. È un atto di fiducia nelle persone e nella democrazia stessa.
Rinunciare a questa dimensione, per timore di essere fraintesi o per eccesso di prudenza, significherebbe – come pedagogista – abdicare a una delle mie funzioni più nobili: essere promototrice di consapevolezza civile, di senso critico e di partecipazione.
A maggior ragione come donna.
Come donna, ogni volta che mi avvicino a un’urna sento dentro di me un senso di gravità e di riconoscenza. Votare per me non è mai un gesto banale o scontato. Le mie nonne per un po’ di tempo non lo hanno potuto fare e questo mi fa riflettere. Per me è un atto di memoria, di giustizia e di impegno. So che il diritto che oggi esercito con relativa semplicità è stato negato per secoli al mio genere. E so che è stato conquistato – e non regalato (!!!) – da donne coraggiose, ostinate, spesso emarginate, talvolta perseguitate. Alcune di loro hanno perso la libertà, altre la vita. Lo hanno fatto anche per me, che oggi posso esprimere la mia voce, pubblicamente, legalmente, come cittadina pienamente riconosciuta.
In questo gesto – mettere una croce su una scheda – c’è tutta la fatica delle battaglie femministe, c’è la storia delle donne che non potevano decidere né sul proprio corpo, né sulla propria famiglia, né sul proprio futuro. C’è la rottura di un silenzio imposto. E c’è anche una promessa da onorare: non lasciare che l’indifferenza o la stanchezza svuotino il valore di una conquista che è costata tanto.
Il peso morale del voto, dunque, per me non è un peso che opprime, ma che nobilita’. È una forma di rispetto verso chi mi ha preceduto e un atto di responsabilità verso chi verrà dopo di me. Ogni volta che voto, riaffermo il principio che la mia voce conta, e che tutte le voci – soprattutto quelle che troppo a lungo sono state messe a tacere – devono poter contare.
Sento anche che questo messaggio deve essere trasmesso, condiviso, fatto vivere nelle scuole, nelle comunità, nei contesti educativi, con ogni mezzo, anche quello digitale. Perché non basta avere il diritto di voto: bisogna sapere perché lo si ha, come lo si è ottenuto, e cosa significa davvero esercitarlo. Far crescere questa consapevolezza è parte integrante dell’educazione alla cittadinanza, ed è un dovere verso la democrazia, verso la storia, e verso noi stesse.



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