L’altra sera, parlando con una ragazza che seguo, mi sono sentita dire:
“Sono DARIOpatica. Sto bene solo quando lui c’è, e sto male quando non c’è.”
Questa frase rivela una forte dipendenza affettiva da una figura significativa (Dario, in questo caso), e descrive un oscillare emotivo intenso e condizionato dalla presenza/assenza dell’altro.
Una frase detta tra il serio e il faceto, ma che ha spalancato una porta importante su cui, come pedagogista e psicologa, non posso non fermarmi a riflettere.
Quante volte ci ritroviamo — o ritroviamo gli altri — in questa stessa dinamica?
Il nostro umore appeso alla presenza di qualcuno, la serenità che arriva solo se l’altro è lì, mentre nel vuoto della sua assenza scivoliamo nell’agitazione, nell’ansia, nel vuoto.
Ma che tipo di amore (o di relazione) è questo?
Quando l’altro diventa la nostra stampella emotiva?
Dal punto di vista educativo, questa affermazione ci interroga su un tema centrale: la dipendenza affettiva. Una relazione che ci fa stare bene solo se l’altro c’è, e ci annienta se manca, ci parla di una difficoltà nel reggere la propria autonomia emotiva.
Significa che ci manca un appoggio interiore, un centro stabile, una voce che ci dica: “Tu esisti e vali, anche senza lui/lei.”
Educare — e autoeducarsi — significa anche imparare a reggere l’assenza senza sentirsi spegnere. È un passaggio delicato ma fondamentale nella costruzione dell’identità personale, soprattutto in adolescenza e nella giovane età adulta, ma anche nei percorsi di vita adulta non ancora pienamente integrati.
La pedagogia non guarisce, ma semina.
Cosa può fare la pedagogia, allora, di fronte a una “DARIOpatia”?
Non giudica, non cura come una terapia, ma semina consapevolezza. Aiuta a far emergere la domanda giusta: “Come mai tutto il mio benessere dipende da una sola persona?”
E poi lavora su quella risposta. Accompagna nel riconoscere e nominare le emozioni, nel mettere in discussione i copioni interiori, nel costruire strategie di autonomia affettiva.
Perché chi sa stare bene con sé stesso, saprà stare meglio anche con l’altro.
Relazioni sane, non simbiotiche.
Una relazione sana non è fusione.
È vicinanza con confini.
È cura reciproca ma anche libertà.
Educare a questo tipo di relazioni vuol dire dare strumenti per leggersi dentro, per ascoltarsi, per capire quando una relazione nutre… e quando invece consuma.
La frase “Sono DARIOpatica” può far sorridere, ma sotto c’è un grido d’aiuto, un bisogno d’essere riconosciuti.
Sta a noi, adulti consapevoli, educatori, genitori, professionisti, accoglierlo senza banalizzarlo, e rispondere con ascolto, empatia e strumenti che aiutino a rimettere il centro dentro di sè.



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