Ho seguito il conclave ed ero davanti al televisore quando il nuovo Papa si è commosso davanti alla folla prima di iniziare a parlare. Il pianto del Papa rompe il cliché dell’autorità distaccata. Dimostra che anche chi guida, chi insegna, chi orienta, è profondamente umano. Questo è un insegnamento potente: non si perde autorevolezza nel mostrare emozione, anzi, la si rafforza con la coerenza tra sentire e agire. Quando una figura pubblica mostra la propria vulnerabilità, permette agli altri di riconoscere la propria. Il pianto crea connessione empatica, disinnesca le difese e rende possibile una relazione educativa orizzontale, dove il “sapere” non cancella il “sentire”.
Il gesto del piangere è un atto comunicativo. In pedagogia, questo richiama la centralità dell’educazione emozionale: imparare a riconoscere, esprimere, comprendere le emozioni — proprie e altrui — è un processo formativo essenziale, spesso più efficace di ogni discorso.
Un Papa che piange educa implicitamente al superamento di modelli maschili rigidi e tossici, basati sul controllo emotivo come segno di potere. Mostra invece una forza che nasce dall’autenticità e dal coraggio di sentire.
Insegnare non è solo parlare, trasmettere, spiegare. È anche testimoniare, commuoversi, accogliere. Un Papa che piange compie un gesto pedagogico silenzioso ma potente: insegna con il corpo, con il volto, con il cuore.
Questo Papa mi piace.



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